Fake news e coronavirus

11-02-2020

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L’emergenza sanitaria globale riporta in primo piano i pericoli delle infodemie

Per difendersi dal coronavirus basterebbe mangiare aglio, cospargersi di olio di sesamo o fare frequenti gargarismi. Nelle ultime settimane il web e i social media si sono riempiti di rimedi strampalati contro il coronavirus 2019-nCoV, ma anche di informazioni false che hanno alimentato paure e odio, scatenando reazioni come il boicottaggio dei ristoranti cinesi, fino all’aggressione di persone di origine asiatica. Non è mancato il complottismo: c’è chi scrive che il virus sarebbe stato creato a Wuhan in un laboratorio segreto del governo cinese e poi diffuso per errore, oppure che la sua propagazione sarebbe stata orchestrata da alcune grandi industrie farmaceutiche pronte a vendere il vaccino (che peraltro ancora non esiste).

La disinformazione è un pericolo tanto che, accanto all’epidemia del coronavirus, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha messo in guardia contro quella che ha definito infodemia, ovvero l’abbondanza di informazioni poco accurate che rende difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno. La stessa OMS ha quindi costituito una task force per neutralizzare i falsi miti sul coronavirus, invitando i governi a lavorare per la correttezza e la trasparenza dell’informazione.

Anche le piattaforme social – da Facebook a Twitter, fino a TikTok – stanno provando ad arginare l’infodemia, ma il fenomeno delle fake news, al di là del coronavirus, sta assumendo dimensioni e forme sempre più preoccupanti.

Si torna dunque a puntare l’attenzione sulla produzione consapevole di notizie false, pratica che muove enormi flussi di denaro e mira a orientare l’opinione pubblica e il consenso delle persone, dalle scelte d’acquisto al voto politico. La ricerca scientifica non è esente da questo pericolo: recentemente, Nature ha rilanciato una campagna contro le cosiddette riviste predatorie, accusate di riportare deliberatamente informazioni false o ingannevoli, non rispettare le buone pratiche editoriali, usare metodi intimidatori per spingere i ricercatori a inviare i propri articoli. Secondo alcune stime, ogni anno sarebbero circa 400 mila gli studi pubblicati su queste riviste, a danno della comunità scientifica e di tutti i suoi stakeholder, pazienti inclusi.

Dal punto di vista degli utenti, i meccanismi che fanno cadere le persone nella trappola delle fake news sono ormai noti. La polarizzazione delle opinioni genera il confirmation bias, ovvero quel pregiudizio che ci fa rimanere all’interno di comfort zone in cui le nostre convinzioni non vengono messe in discussione, con il risultato di chiuderci in una filter bubble dove gli algoritmi ci espongono a contenuti sempre più ristretti intorno alle nostre certezze. Da qui a confondere il vero e il falso, il passo è breve, sostengono i ricercatori.

Con un’aggravante, la distrazione. Non sempre le persone hanno scarso senso critico, spesso sono semplicemente distratte perché, quando condividono qualcosa online, leggono in modo superficiale, pensano ad attirare i like o l’interesse dei loro follower più che alla qualità di quello che hanno davanti.

Lo sostiene un team di ricercatori del MIT e dell’University of Regina, i cui esperimenti portano a pensare che la disinformazione possa essere combattuta semplicemente richiamando l’attenzione degli utenti su quello che stanno facendo. Un invito ad aggiungere una finestra ‘Sei proprio sicuro?’ prima di cliccare ‘Condividi’?