inoculazione
22 Settembre 2021
Le fake news come vaccino contro la disinformazione

Sembra un controsenso, eppure la diffusione controllata di bufale potrebbe diventare un antidoto efficace all’infodemia, al negazionismo dilagante e al complottismo sempre più diffuso.

Negli ultimi anni sono stati studiati in modo approfondito i meccanismi che favoriscono la creazione di bolle d’opinione, accelerano la circolazione di fake news e fanno cadere nella rete dei cospirazionisti. Ma non è stata ancora identificata una soluzione davvero efficace alla disinformazione: la censura non serve, non basta il debunking, l’alfabetizzazione mediatica è utile ma richiede tempi lunghi.

Se provassimo a usare le stesse fake news? È la strada suggerita dalla teoria dell’inoculazione, elaborata più di 50 anni fa dallo psicologo sociale William J. McGuire, esperto di persuasione. McGuire cominciò studiando alcuni prigionieri americani che, al termine della Guerra di Corea, scelsero volontariamente di restare con i loro carcerieri. Da qui indagò cosa può indurre la resistenza alla persuasione, ovvero quei fattori che rendono un atteggiamento o un’opinione talmente forte da essere impermeabile a qualsiasi contro-narrazione.

Il meccanismo ipotizzato da McGuire ricalca il funzionamento dei vaccini. Semplificando, possiamo dire che, per proteggerci da una patologia come l’influenza, ci viene somministrato un vaccino che contiene i ceppi più virulenti previsti nella prossima stagione in una versione indebolita, ma abbastanza aggressiva da stimolare la risposta del nostro sistema immunitario e la produzione dei necessari anticorpi. Allo stesso modo, la teoria suggerisce di inoculare delle persone delle versioni indebolite delle storie che potrebbero mettere in crisi una certa convinzione, così da indurle a crearsi degli ‘anticorpi mentali’ che si attiveranno quando arriverà l’attacco vero e proprio.

La teoria è stata sperimentata varie volte in ambito politico e sociologico, ma un paper recente a cura di Josh Compton, Sander van der Linden, John Cook e Melisa Basol riporta molti esempi in cui è stata usata – con successo – per generare resistenza contro la disinformazione scientifica.

Prendiamo i cambiamenti climatici: sebbene la comunità scientifica sia ampiamente d’accordo sulle cause e gli effetti del riscaldamento globale, non manca chi dichiara il contrario, sostenendo che migliaia di scienziati negano l’emergenza clima. Alcuni ricercatori hanno provato a diffondere delle fake news controllate, mostrando ad un gruppo di persone una petizione negazionista firmata da 31.000 esperti, ad un altro gruppo la stessa petizione, suggerendo però che molti dei firmatari erano falsi e che 31.000 rappresenta una quota insignificante dei laureati in materie scientifiche negli USA. Entrambe le inoculazioni si sono rivelate efficaci, perché i partecipanti all’esperimento hanno mantenuto salde le proprie convinzioni pro-scienza. Risultati simili sono stati ottenuti in repliche successive con setting diversi, sempre verificando il rafforzamento delle posizioni sul consenso scientifico rispetto ai cambiamenti climatici.

La teoria dell’inoculazione sembra funzionare anche nel creare resistenza contro le pressioni No Vax: lo hanno dimostrato degli esperimenti condotti su giovani donne favorevoli al vaccino anti-HPV e su un campione di genitori alle prese con la vaccinazione dei loro bambini. Sottoposti a messaggi con allarmi crescenti sulla sicurezza e l’efficacia dei vaccini, di fronte all’attacco finale non hanno rinunciato all’immunizzazione.

In altri studi legati a questioni scientifiche controverse, come la fiducia dei consumatori nelle biotecnologie agricole o la necessità di ricorrere alla sperimentazione sugli animali per determinate ricerche scientifiche, l’inoculazione controllata di fake news si è rivelata in grado di aumentare le difese delle persone rispetto a tentativi di manipolazione, sia basati su argomentazioni razionali, sia emotive.

L’approccio non è, ovviamente, esente da qualche perplessità e mancano al momento sperimentazioni tanto estese da poterlo ritenere valido al 100%. I dubbi più rilevanti riguardano il tipo di fake news da utilizzare e il momento in cui diffonderle (meglio in via preventiva, come profilassi, oppure in una fase successiva, come terapia alla disinformazione?), il target a cui indirizzarle (sono efficaci solo sull’audience diretta, oppure hanno un effetto alone sui destinatari passivi?) e, soprattutto, la fonte dell’inoculazione (chi dovrebbe agire e a quale titolo?).

Resta comunque il fatto che questa teoria suggerisce un modo inedito di generare una sorta di ‘immunità di gregge’ in specifiche comunità di persone, aumentando la loro resistenza contro la disinformazione. Se è vero che le fake news si diffondono e si replicano più velocemente delle notizie vere, le campagne che ambiscono a sollecitare atteggiamenti pro-sociali e pro-scientifici potrebbe tentare anche questa strada, formando opinion leader con convinzioni così salde da sapersi difendere dalle contro-argomentazioni – e magari diventare influencer.

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