Le parole non sono neutre. Ogni espressione porta con sé opinioni, esperienze, cultura, aspirazioni. Sono veicoli di pensiero: costruiscono, rinforzano e tramandano la nostra visione del mondo.

Non sorprende quindi che il linguaggio sia al centro di molte conversazioni legate alla Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, discutendo il modo in cui la violenza viene raccontata, sia il peso di certe parole nell’alimentare gli atteggiamenti e i comportamenti da cui la violenza stessa nasce.

Negli ultimi anni il racconto giornalistico e mediatico ha fatto qualche passo avanti: l’ultima edizione dell’Osservatorio STEP ha rilevato maggiore consapevolezza e responsabilità nel trattare i casi di violenza, anche se restano frequenti la colpevolizzazione delle vittime e l’eccessiva empatia nei confronti del colpevole o presunto tale.

Dove invece c’è ancora tantissimo da fare è nella rappresentazione dell’amore e delle relazioni. Nei contesti che viviamo ogni giorno — famiglia, lavoro, social, musica, serie TV — la violenza viene ancora normalizzata, troppo spesso giustificata. È “solo” un uomo che spiega ciò che hai appena detto in riunione. È “solo” un fischio per strada. È “solo” gelosia, perché ci tiene. È “solo” uno schiaffo scappato durante un litigio. Parole che legittimano comportamenti, che diventano abitudini.

Nella musica, nelle serie e soprattutto nella narrativa romance per adolescenti resistono equazioni pericolose: “più soffri, più ami”. Peggio ancora, nelle comunità online della manosfera — dagli attivisti dei diritti degli uomini ai gruppi misogini e incel — la violenza viene presentata come l’unica possibile risposta alla libertà e l’indipendenza delle donne.

Tutte queste narrazioni plasmano un immaginario e una cultura che non aiuta ragazze e ragazzi a costruire relazioni sane. Lo conferma l’ultima rilevazione Istat: aumentano i casi di violenza che coinvolgono donne tra i 16 e i 25 anni, con il 37% che dichiara di aver subito almeno un’aggressione negli ultimi cinque anni (contro il 28% dell’anno scorso). Le violenze sessuali sulle giovanissime sono salite dal 17 al 30%. La maggiore propensione a chiedere aiuto e denunciare è un segnale positivo, ma la crescita della violenza resta allarmante — e non possiamo ignorare il ruolo indiretto, ma reale, che le narrazioni tossiche rivestono.

Cambiare le parole può fermare la violenza contro le donne? È evidente che non basti agire solo sul linguaggio, le leve da muovere sono tante, ma le parole sono un ottimo punto di partenza, a disposizione di tutte e tutti. E non si tratta soltanto di evitare espressioni offensive o sessiste, mettere asterischi e schwa.

Il cambiamento profondo riguarda come descriviamo le donne, le loro esperienze, i loro successi, la loro sessualità. Lo vediamo in sfumature che spesso passano inosservate: l’avvocata o l’ingegnera chiamate semplicemente “signora”, la cantante definita “libera come un uomo”, lo “stai zitta” rivolto dal partner, il “raptus” che diventa alibi narrativo per un femminicidio.

Serve più attenzione nel riconoscere e fermare le narrazioni tossiche, ma anche nella scelta delle nostre parole. La linguista Vera Gheno parla di linguaggio ampio come passo indispensabile per modellare una realtà in cui le differenze possono convivere e possono attenuarsi gli stereotipi e le discriminazioni che sono spesso l’anticamera della violenza contro le donne (e non solo).

Cominciamo allora dalle parole. Sembra poco? Non lo è.

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