In memoria di Harold Burson
Chi è stato una ‘Burson person’, un po’ lo resta per sempre. In questi giorni in cui si ricorda Harold Burson e il valore della sua eredità professionale e morale, rileggiamo alcune delle sue interviste, diventate nel tempo celebri. Le sue parole sono fonte di ispirazione e motivazione, oggi più che mai.
"Le relazioni pubbliche sono sinonimo di persuasione e credo che il concetto di PR sia stato applicato fin da quando le persone hanno cominciato a comunicare" [PR Week, 2014]
"Le PR hanno due componenti, il comportamento e la comunicazione. Puoi avere la migliore comunicazione del mondo ma, se non mantieni le tue promesse, non raggiungerai lo scopo della tua campagna o del tuo programma" [PR Week, 2014]
“All'inizio, il top management ci diceva: 'Ecco il messaggio, comunicalo'. Poi è diventato: 'Cosa dobbiamo dire?'. Oggi, nelle organizzazioni più evolute, è 'Cosa dobbiamo fare?' ” [Public Relations: Strategies and Tactics]
“Siamo avvocati. Siamo pagati per raccontare la versione del nostro cliente. Siamo pagati per cambiare e modellare gli atteggiamenti, e il nostro successo si misura sulla capacità di muovere l'ago della bilancia, convincere le persone a fare qualcosa. Ma siamo anche la coscienza dei nostri clienti, e dobbiamo fare quello che è nell'interesse del pubblico" [The New York Times, 1984].
Grazie, Harold

Nella foto: Harold Burson a Milano nel 2012, in occasione del 30° anniversario di Burson-Marsteller Italia.
Musei di impresa e marketing esperienziale
“Le organizzazioni sagge non trascurano il passato – lo studiano per usarlo come risorsa e come opportunità”. Così scrive il Washington Post a proposito dei musei di impresa, un investimento che tante aziende scelgono di intraprendere per valorizzare la propria storia, condividere esperienze e memorie, proiettarsi verso il futuro costruendo un ponte tra testimonianza e innovazione. Un fenomeno che trova in Italia un terreno molto fertile: Museimpresa, associazione voluta da Assolombarda e Confindustria, raccoglie oltre 80 musei, archivi e fondazioni (40% sono in Lombardia) che conservano e tutelano l’eredità di altrettante aziende.
Ci sono realtà celebri come il Museo Ducati di Borgo Panigale, il MUMAC – Museo della Macchina per Caffè di Gruppo Cimbali alle porte di Milano, il Museo Fila a Biella o l’Aboca Museum a Sansepolcro. Ma ci sono anche realtà forse meno note, ma di grande successo, come il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Portici, gestito dalla Fondazione Ferrovie dello Stato, il Museo della Liquirizia “Giorgio Amarelli” a Rossano Calabro, oppure il Museo della Giostra e dello Spettacolo Popolare in provincia di Rovigo, sostenuto dal distretto dei giostrai di Bergantino.
I musei di impresa rispondono alla logica del marketing esperienziale, che mette al centro l’interlocutore creando una situazione e dei contenuti che lo facciano entrare in contatto con la marca a un livello più profondo, con un coinvolgimento anche emozionale. Sono anche un ottimo strumento di content marketing, in particolare di brand heritage marketing perché adatto ad aziende di lunga tradizione, a chi dispone di un buon archivio storico o di valide collezioni documentali, iconografiche o multimediali.
Ma i musei di impresa non sono soltanto volani per il corporate storytelling. Il loro valore va oltre l’azienda e riguarda la costruzione e la divulgazione di quella cultura del ‘saper fare’ decisamente importante nel caso del Made in Italy. Possono inoltre diventare luoghi di formazione per gli studenti e i nuovi talenti dei diversi settori, facendo rete con start up e altri attori locali.
Possono infine contribuire alla promozione del territorio, diventando meta di turismo industriale. I numeri dei musei di impresa sono infatti in continua crescita: Museimpresa stima un totale di 1 milione di visitatori l’anno, con eccellenze quali il Poli Museo della Grappa che attira più di 150 mila persone l’anno, il museo e l’archivio storico della Piaggio a Pontedera che registra quasi 57 mila presenze, il già citato Museo Ducati con una media annua di 40 mila visitatori. In alcuni casi i ritorni economici non sono trascurabili, considerando che il Museo Amarelli della Liquirizia genera ricavi indiretti per un milione di euro, ovvero un quarto del fatturato globale dell’azienda.
Nella foto: un pezzo del Museo Collezione Branca di Milano.
Podcast, il content marketing passa da qui
Cosa c’è dietro il successo di serie come The Daily del New York Times, Morgana di Michela Murgia, La piena di Matteo Caccia o Buio di Pablo Trincia? Il mix vincente è fatto di contenuti originali e di qualità, un buon ambiente sonoro e un marketing mirato.
Il podcast sta conquistando, mese dopo mese, un pubblico sempre più ampio e fedele. In Italia, secondo Nielsen oggi gli ascoltatori sono oltre 12 milioni, in crescita del 16% rispetto all’anno scorso, di cui il 68% ha tra i 25 e i 34 anni. Si ascoltano podcast in auto o sui mezzi pubblici, ma soprattutto a casa (71%), usando gli assistenti vocali ormai molto diffusi. La sessione media di ascolto tende ad allungarsi, superando già i 20-25 minuti.
Il 44% dei fruitori abituali preferisce podcast originali (dunque serie audio native, non trasmissioni radiofoniche on demand), e il 15% è disponibile a pagarli. Proprio per questo la qualità dei contenuti e della produzione audio è un fattore imprescindibile, come ha sottolineato Rossana De Michele, fondatrice di Storie Libere, durante l’ultimo United States of Podcast. “La fruizione dei podcast non è mordi e fuggi come i video. I download ad esempio tendono a superare lo streaming, segno che gli utenti vogliono conservare il contenuto per ascoltarlo più volte, come quando si rilegge un buon libro. Creare contenuti per podcast richiede competenze specifiche, prima fra tutte la capacità di pensare in audio e scrivere per la voce”.
Se i maggiori gruppi editoriali stanno già sperimentando i podcast, non mancano progetti promettenti da parte delle aziende, sempre più interessate all’audio branding e all’integrazione dei podcast nel proprio content marketing.
Ma perché un brand dovrebbe cavalcare quest’onda? “La voce è uno strumento potentissimo perché trasmette autenticità e ispira fiducia, due aspetti che è più difficile costruire con le immagini o sui social”, ha spiegato Francesco Tassi, CEO di ForTune Podcast. “I branded podcast permettono all’azienda di lavorare su formati lunghi e disegnare uno storytelling più ricco e articolato, creando una speciale connessione con il pubblico per veicolare i propri valori distintivi senza parlare direttamente di sé o del prodotto. Inoltre, i podcast innescano il meccanismo della serialità, con un livello superiore di coinvolgimento e fidelizzazione. Non ultimo, sono SEO-friendly, per cui offrono anche il vantaggio della ricercabilità sui motori di ricerca”.
Tra le esperienze italiane più recenti, meritano un ascolto Sbaglio strada e cambio vita di Verti Assicurazioni, Prime svolte di Mini BMW oppure Note di Chianti Classico dell’azienda vinicola Lamole di Lamole.
La dimensione locale del giornalismo investigativo
Nonostante la disaffezione verso i media tradizionali, il giornalismo di qualità non è morto, anzi. Si sta facendo strada una nuova generazione di reporter che non vuole smettere di far luce sulla realtà partendo dai fatti, in modo indipendente ma nel rispetto delle regole, al servizio della verità. Il giornalismo investigativo – soprattutto quando tocca temi complessi come la criminalità organizzata, il sovranismo internazionale, i fenomeni migratori, i diritti umani – è tuttavia costoso, comporta molti rischi e richiede competenze e risorse che le redazioni non sempre riescono a garantire.
Ecco perché il giornalismo investigativo tende a muoversi in due direzioni apparentemente opposte. Da un lato assume una scala sempre più internazionale, mettendo in contatto professionisti di diversi paesi perché possano condividere informazioni ed esperienze [molto interessante a questo proposito il lavoro di organizzazioni come l’International Consortium of Investigative Journalists, The Global Investigative Journalism Network o, in Italia, DIG e Investigative Reporting Project Italy. Dall’altro approfondisce la dimensione locale, mettendo sotto inchiesta situazioni che riguardano singole città o territori, ma possono diventare storie di ben più ampio respiro.
Il giornalismo investigativo locale in genere non dispone di grandi mezzi, per cui ha imparato a sfruttare il potere della Rete per coinvolgere le persone, usando alcuni degli strumenti tipici del crowdsourcing e del fact-checking. Dall’ultimo Festival del Giornalismo di Perugia riprendiamo tra gli altri l’esempio di Correctiv, il collettivo non-profit nato in Germania con l’ambizione di riportare i media a essere il ‘quarto potere’ della società civile.
Nell’aprile 2018 il mercato immobiliare tedesco ha vissuto una vera e propria esplosione, con un’improvviso rialzo dei prezzi degli affitti. Dietro la speculazione il sospetto che il mercato andasse concentrandosi nelle mani di pochi grandi operatori, nascosti da prestanome allo scopo di mascherare il riciclaggio di ingenti flussi di denaro sporco. L’inchiesta, focalizzata in una prima fase su Amburgo, ha permesso di raccogliere informazioni su quasi 15.000 case e appartamenti grazie alla collaborazione di oltre 1.000 inquilini, che hanno contribuito con dati e prove documentali attraverso la piattaforma CrowdNewsroom.
"Serve una comunità per dar vita a una grande storia", ha spiegato Justus von Daniels di Correctiv. Il progetto Wem gehört Hamburg? (Chi possiede Amburgo?) ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità la scarsa trasparenza del mercato cittadino: più di un terzo degli alloggi che vengono affittati ad Amburgo appartiene allo stesso soggetto, il riciclaggio di denaro muove oltre il 10% delle compravendite. Il database, con i dovuti accorgimenti in fatto di privacy e protezione dei dati, è tuttora online per chiunque voglia saperne di più – media, istituzioni, gli stessi inquilini – mentre il progetto è stato esteso ad altre città tra cui Berlino e Düsseldorf, e la piattaforma è disponibile in modalità open source per chi volesse replicarla e farla crescere.
L’esperimento conferma le qualità del giornalismo investigativo locale, ovvero la possibilità di indagare fenomeni che non sempre sono in cima all’agenda politica o godono di elevata visibilità, coinvolgere e attivare le persone in quanto fonti, costruire reti di conoscenza attorno a un tema specifico, diventando occasione di dibattito e confronto. Quello che il giornalismo dovrebbe sempre fare, insomma.
Instagram, foto e percezioni
Viaggi, shopping, ricorrenze, momenti felici o malinconie. Tutto sembra meno reale se non può essere catturato in un’immagine e rimbalzato sui social, cercando di attirare l’attenzione di chi ci guarda dallo schermo del proprio smartphone. La mania della condivisione e l’ossessione dei like, che interessa in particolare Instagram ma riguarda anche altre piattaforme come Facebook e Pinterest, è ormai trasversale a generazioni e culture, e ha finito per trasformare la nostra visione e la percezione del mondo che ci circonda.
Esemplare il caso del cibo. Il flusso su Instagram è praticamente inesauribile, con milioni di foto che vengono postate giorno e notte da food blogger, appassionati di cucina o semplici commensali. Secondo alcune stime recenti, l’hashtag #food conta più di 346 milioni di immagini, #foodgram oltre 11 milioni, mentre #foodporn supera i 200 milioni. Si fotografa e posta ogni tipologia di piatto, da quello tradizionale a quello esotico, in qualsiasi situazione, dal ristorante stellato allo streetfood, indugiando molto sui manicaretti domestici. Se il #glitterfood, ovvero il cibo decorato con una brillantina edibile colorata, andava molto forte fino a qualche tempo fa, ora le nuove tendenze spingono verso l’ #uglyfood, dove vincono i piatti non particolarmente invitanti o fuori dai canoni estetici convenzionali, e la #darkcuisine, dove accostamenti arditi o proposte inconsuete lasciano addirittura il dubbio sulla loro commestibilità.
Quel che è certo è che Instagram e simili hanno contribuito a cambiare la percezione e i consumi, da un lato rendendo molto popolari alcune categorie di alimenti (cercate ad esempio l’avocado, il mango, i mirtilli e le ricette a base di matcha, che si dice siano tra gli ingredienti più facilmente instagrammabili), da un lato creando vere e proprie mode, purtroppo non sempre salutari. La ristorazione non è immune dagli effetti del social food, tanto che molti locali che hanno rinnovato completamente il menù o gli arredi per renderli più adatti a essere fotografati e condivisi.
Il fenomeno va ben oltre il cibo ed è così potente da modificare lo storytelling di un continente come l’Africa. Nel tentativo di abbattere gli stereotipi e uscire dall’isolamento, tanti giovani fotografi stanno provando – dallo Zimbabwe al Marocco, dall’Etiopia alla Nigeria, passando per il Ghana – a usare i social per raccontare la diversità e l’energia di regioni e città che vivono una stagione di crescita tumultuosa.
C’è chi documenta l’evoluzione dei costumi e l’emancipazione femminile, chi vuole testimoniare i nuovi stili di vita, chi punta l’obiettivo sull’innovazione e la modernità. “L'Africa è una realtà molto complessa. Il lato difficile è stato rappresentato tante volte nel corso degli anni. Non vogliamo negare le cose brutte che ancora succedono, ma c'è tanta vita e tanta vivacità qui. Dobbiamo dipingere un quadro completo di quello che è l'Africa oggi”, ha spiegato la creativa Zash Chinhara in un’intervista per BBC Culture.
Che si tratti di cibi e piatti, paesi e culture, i social sembrano innescare un meccanismo molto simile, che lavora sulle immagini e la loro condivisione per costruire senso e significato. Un meccanismo di cui dobbiamo essere consapevoli, e imparare a usare bene.
Foto: "Solar eclipse", credit Nana Kofi Acquah
Opinioni, algoritmi e filter bubble
La promessa del World Wide Web – quella di diffondere informazione e conoscenza, rendere il sapere accessibile a tutti, favorire la comunicazione e il pluralismo – è stata in larga parte tradita. L’effetto combinato di diversi fenomeni, tra i quali il più rilevante è l’avvento dei social media, ha trasformato la Rete in una dimensione in cui le opinioni sono sempre più polarizzate e pericolosamente aderenti a quello con cui già siamo d’accordo.
La materia grezza sono le tracce che, più o meno consapevolmente, disseminiamo online ogni volta che cerchiamo qualcosa su Google, mettiamo un like su Facebook, compriamo su Amazon, scriviamo una recensione su Tripadvisor o usiamo qualsiasi altra piattaforma digitale. Questa enorme quantità di dati, macinata senza sosta da algoritmi ormai avanzatissimi, restituisce una fotografia precisa di chi siamo, dove e come viviamo, cosa ci serve e interessa, ma anche del nostro orientamento politico e religioso, dei nostri valori.
È il meccanismo che permette alle aziende di studiare campagne marketing sempre più personalizzate (ti propongo qualcosa che so che ti piace e probabilmente comprerai), tuttavia è lo stesso che finisce per alimentare una visione sempre più parziale e limitata della realtà, ingabbiandoci pian piano dentro vere e proprie filter bubble. Se sono gli algoritmi a scegliere ciò che dobbiamo vedere e leggere, finiamo infatti per essere esposti non solo a delle pubblicità mirate, ma anche a contenuti che confermano e rinforzano le nostre convinzioni, mentre non incontriamo quello che potrebbe metterle in discussione. Veniamo dunque chiusi in una bolla che rischia di produrre uno stato di isolamento cognitivo e intellettuale.
Sono – ahinoi – i nostri comportamenti digitali a far crescere e irrobustire la bolla. Nel paper “Recursive Patterns in online Echo Chambers”, un team di ricercatori del CNR coadiuvati dal prof. Walter Quattrociocchi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha spiegato come le persone tendano a rimanere all’interno delle bolle in quanto comfort zone rassicuranti, condividendo con il proprio gruppo solo quello che aggrega intorno a sé un consenso sempre più granitico.
Queste echo chamber scatenano un processo di segregazione in tribù, che si riconoscono in una certa posizione e rifiutano qualsiasi narrazione divergente. Se la polarizzazione è già di per sé preoccupante, ancora di più lo diventa quando finisce per accreditare le fake news e la disinformazione, azzerando ogni possibilità di dibattito e confronto.
Non è ancora del tutto chiaro come arginare questa deriva e l’utilizzo degli algoritmi a fini manipolatori. Un recente intervento di Paolo Boccardelli della Luiss Business School ha sottolineato la necessità di prevedere in capo alle Authorithy meccanismi di controllo e regolamentazione più efficaci, forzando le piattaforme a rendere trasparenti i meccanismi di profilazione e contrastare la diffusione delle fake news. Ci sono indubbie responsabilità anche da parte dei media, ma forse gli anticorpi più potenti risiedono proprio negli utenti, che dovrebbero tornare a esercitare il loro senso critico, distinguere il vero dal falso, e rompere il circolo vizioso delle filter bubble.
Migranti, populismo e polarizzazione, il fact checking non funziona
È possibile per un giornale parlare di questioni socialmente scottanti in un modo che possa promuovere il confronto civile e il dialogo costruttivo? Quale stile di giornalismo intensifica la polarizzazione, e quale può mitigarla? In un'epoca in cui la fiducia nei media è scarsa e la politica populista porta avanti narrazioni parziali e provocatorie per avvelenare deliberatamente il dibattito pubblico, i giornalisti devono essere molto attenti all'impatto che il loro lavoro potrà avere.
Prendiamo un argomento controverso come i migranti. Benché il numero di arrivi in Italia sia drasticamente diminuito nel corso del 2018, la copertura sui media è aumentata, raccontando il fenomeno come una crisi permanente. Dall'insediamento del Governo Conte nel giugno 2018, il Ministro dell'Interno Matteo Salvini ha tenuto il tema in cima all'agenda politica con provvedimenti e dichiarazioni che hanno contribuito ad alimentare un senso comune fatto di pericolo, paura e rifiuto.
Poiché le notizie sui migranti tendono ad avere più attenzione di altre, nel 2018 l'Università Ca’ Foscari di Venezia ha lavorato insieme al Corriere della Sera e la London School of Economics ad un progetto di ricerca molto interessante, da cui è scaturita una recente pubblicazione dal titolo “Journalism in the age of populism and polarization”.
Sono stati analizzati tutti i post sul tema migranti pubblicati sulla pagina Facebook del Corriere dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2018, incluse le reazioni e i commenti, e tutti i contenuti postati sull'account Twitter ufficiale da marzo a dicembre 2018. Sono stati inoltre considerati 165 post Facebook preparati ad hoc dalla redazione per testare il feedback del pubblico rispetto a specifiche storie o tecniche narrative.
Lo studio ha indagato l'interesse e il coinvolgimento del pubblico sia in termini quantitativi, sia qualitativi, osservando il tono degli articoli e dei commenti, nonché misurando il livello di tossicità del linguaggio (ovvero l'utilizzo di parole volgari e aggressive, insulti o espressioni non rispettose) e le critiche rivolte al Corriere della Sera e i suoi giornalisti.
I risultati confermano che il fact checking non funziona. Quando sono state usate infografiche o un approccio data-driven, i ricercatori hanno osservato un immediato e netto rifiuto da parte degli oppositori, oltre a una critica feroce verso l'editore. Pubblicare opinioni forti inevitabilmente scatena un dibattito ad alta tossicità, ma anche i cosiddetti 'casi umani' – spesso preferiti per personalizzare la storia e aumentare l'empatia – hanno avuto esiti contrastanti. Questo genere di storie, soprattutto quelle che parlano di gruppi di migranti piuttosto che individui singoli, hanno infatti generato molti commenti negativi e una certa opposizione nei confronti degli autori.
Non stupisce che i contenuti dai toni imparziali e le inchieste più approfondite abbiano scatenato meno critiche, mentre la presenza di informazioni di contesto o la presentazione di soluzioni politiche abbia abbassato la tossicità del linguaggio nei commenti. Includere elementi visuali si è rivelata una delle modalità più efficaci per neutralizzare la reazione dell'audience, forse perché foto e video rendono il contenuto più veritiero, dunque difficile da confutare.
Il report integrale è disponibile qui.
La comunicazione interna cresce con le neuroscienze
Mentre cresce l’utilizzo del neuromarketing per comprendere meglio i comportamenti dei consumatori e come intercettare le loro emozioni, sempre più i principi delle neuroscienze vengono usati per indagare le relazioni sul posto di lavoro, in cerca di nuovi strumenti per migliorare il clima interno, aumentare il coinvolgimento e la motivazione delle persone.
Celebre il caso di ATM, l’azienda di trasporti che insieme all’Università Cattolica di Milano ha applicato le neuroscienze all’analisi di alcune dinamiche organizzative, in particolare quelle che si attivano tra capo e collaboratore durante i colloqui di valutazione dei risultati individuali. È in genere un momento dal forte contenuto emotivo, che può mettere a disagio tanto chi giudica, quanto chi viene giudicato.
Il progetto di ATM ha visto una prima fase in cui sono stati registrati i colloqui per fare una mappatura semantica delle conversazioni, andando cioè a isolarne gli argomenti, i toni e le correlazioni. Successivamente, è stato chiesto un gruppo di volontari di sottoporsi al colloquio indossando delle attrezzature adatte a misurare la loro attività cerebrale tramite un encefalogramma, e alcuni parametri come la frequenza cardiaca e la conduttanza cutanea. L’obiettivo era quello di verificare in quali condizioni le due persone – o meglio i loro cervelli – si sintonizzano l’uno sull’altro, ovvero scatta una reale empatia fra capo e collaboratore.
Gli esperimenti hanno dimostrato che la migliore sincronia cerebrale si realizza quando il capo tende ad avere un atteggiamento partecipativo, quando si parla di progetti futuri e condivisi, quando la valutazione non è il fine della conversazione, ma solo il punto di partenza. Non si tratta certo di conclusioni sorprendenti, ma la disponibilità di evidenze scientifiche rende il progetto particolarmente interessante.
La rielaborazione dei risultati ha tra l’altro permesso ad ATM di modificare alcuni elementi del processo di valutazione dei dipendenti, introdurre nuove attività di formazione a supporto della leadership, migliorare più in generale la comunicazione interna.
Elezioni europee: la psicologia del voto e la comunicazione politica
I dati dell’ultimo Eurobarometro per le elezioni ormai imminenti sono molto chiari: solo il 35% dei cittadini europei è sicuro di andare a votare, un terzo probabilmente non andrà, un terzo è ancora indeciso. L'Italia in genere ha un'affluenza superiore alla media degli altri Paesi UE, tuttavia il rischio di un forte aumento dell'astensionismo è concreto. La campagna StavoltaVoto e gli spot 'Scegli il tuo futuro' promossi dallo stesso Parlamento europeo non sono quindi bastati a riavvicinare l'Europa ai suoi elettori, né ad appassionare i Millennials e la Generazione Z che più degli altri sono distanti dalla politica e i partiti.
Se l'astensionismo viene in genere letto in chiave sociologica, è tuttavia possibile isolare e analizzare alcuni elementi cognitivi e psicologici che influenzano la decisione delle persone di esercitare o rinunciare al diritto-dovere di voto. "Passata l’epoca delle grandi ideologie, oggi le scelte elettorali non si fanno semplicemente “di pancia”, perché non ci sono in gioco soltanto le emozioni. Si tratta piuttosto di un voto di reazione", ha spiegato Riccardo Bettiga, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, in una serata dedicata proprio al tema della psicologia del voto.
Quando il voto è reazione – intendendo con questo termine il tipo di risposta che nasce dalle strutture più antiche del cervello umano, dove l'elaborazione delle informazioni è più veloce, ma anche più approssimativa – la scelta del soggetto è altamente volatile, quindi molto difficile da prevedere. Questa dinamica psicologica si inserisce in un contesto in cui la fiducia nei confronti delle istituzioni è ai minimi storici, favorendo la progressiva personalizzazione del voto e l'ascesa di leader più facili da "consumare" in TV o attraverso i social media. Proprio la capacità di cavalcare la sfiducia, pian piano mutata in vero e proprio rancore, spiega in buona parte il consenso che politici come Matteo Salvini hanno saputo aggregare intorno a sé, ha aggiunto Giovanni Diamanti, esperto in storytelling politico, ospite sullo stesso palco.
È possibile invertire, o quanto meno arginare questa tendenza? Non è banale ma, secondo Patrizia Catellani, docente di psicologia politica e sociale all’Università Cattolica di Milano, la politica potrebbe prendere qualche lezione proprio dalla psicologia, partendo dall'idea che "per credere nella politica, ovvero nella possibilità di un buon governo della cosa pubblica, bisogna prima di tutto credere in se stessi". Il suggerimento è quello di agire innanzitutto sulle cause che generano incertezza e frustrazione a livello economico e sociale, poi di lavorare per aiutare le persone a sviluppare un maggior senso critico, sia attraverso la qualità dell’istruzione e del sistema educativo, sia attraverso un uso più consapevole dei mezzi di informazione, inclusa la Rete.
Occorre anche un nuovo, diverso modo di comunicare la politica, rendendo vicino e visibile ciò che sembra distante e irrilevante (Greta Thunberg dovrebbe averci insegnato come si fa). Ma Catellani esorta anche a non rinunciare ai valori: forse un po’ appannati, non sono scomparsi e l’ancoraggio alla dimensione valoriale – in qualsiasi scelta individuale, compreso il voto – è ancora forte.
Televisione e disinformazione
L’Italia è uno dei Paesi al mondo dove la percezione della realtà è tra le più falsate. Secondo il Misperceptions Index compilato da Ipsos MORI, la maggior parte di noi ha un’idea del tutto sbagliata del tasso di disoccupazione nazionale, l’incidenza della criminalità, la percentuale di persone vaccinate, i livelli di immigrazione.
Tralasciando le considerazioni sul nostro sistema scolastico ed educativo, al Festival del Giornalismo di Perugia si è parlato molto della relazione fra la disinformazione e i media, scoprendo che la cara vecchia televisione è spesso responsabile della diffusione delle errate percezioni, molto più di quanto potremmo immaginare.
Prendiamo ad esempio il tema dei migranti. Stando ai dati riferiti dal Ministero dell’Interno, in Italia abbiamo avuto nel 2017 circa 119.300 sbarchi, mentre nel 2018 sono stati poco più di 23.300. A fronte di questo notevole calo, uno studio dell’Istituto Cattaneo riferisce come gli italiani siano convinti che il numero di ingressi continui ad aumentare, e che gli immigrati extracomunitari rappresentino oggi il 25% della popolazione.
La realtà è che gli immigrati sono meno del 10% della popolazione e, a dispetto delle immediate associazioni con i flussi provenienti dal Nord Africa o le paure legate all’islamizzazione del Paese, quasi il 25% degli stranieri presenti sul territorio proviene dalla Romania, seguiti da Albania, Marocco e Cina.
Da dove nasce questa disinformazione? Se sono ormai noti i circoli viziosi che possono crearsi sul web e i social, non va sottovalutato il ruolo della televisione che, secondo il Censis, tuttora rappresenta per il 49% degli italiani l’unico canale o il mezzo prevalente di informazione.
Non si tratta di contenitori pomeridiani o programmi di intrattenimento. L’Osservatorio di Pavia ha analizzato per l’Associazione Carta di Roma il racconto del fenomeno migratorio restituito dai principali TG. Nei dieci mesi compresi tra gennaio e ottobre 2018, nonostante il crollo del numero di sbarchi, l’Osservatorio ha contato oltre 4.000 notizie sui migranti nei TG, 300 in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Solo nel mese di giugno i servizi sono stati 875, il valore più alto dal 2015 a oggi.
Il tema rimane dunque centrale nei notiziari ed è trattato con toni da crisi permanente. Mentre calano i servizi sull’accoglienza dei migranti (dal 54% del 2015 al 17% del 2018), aumentano quelli sui flussi in entrata e la chiusura delle frontiere (dal 23% del 2018 al 47% del 2018). Il 32% delle notizie dei TG sull’immigrazione riguarda gli aspetti legati a criminalità e sicurezza.
Un racconto fortemente connotato, che non corregge la disinformazione ma finisce per alimentare il senso di pericolo, minaccia e paura.











