content strategy

Rassicurazione o shock? Come si muovono brand e content strategy

Nel 2026 non vincerà chi sforna messaggi in quantità, ma le aziende e i marchi capaci di dare alla comunicazione una direzione chiara, navigando nell’ecosistema dell’AI senza perdere riconoscibilità e rilevanza. Tra i trend che caratterizzano l’anno appena cominciato, secondo la digital creative company Jump è proprio l’autenticità uno dei più interessanti.

“L’AI ha moltiplicato a dismisura l’offerta di contenuti e ci ha abituato a immagini esteticamente ineccepibili, senza sbavature. Troppa perfezione si sta però rivelando un boomerang, perché le persone percepiscono i video o la pubblicità generata dall’AI come falsi e distanti”, spiega Valeria Mazzari, Creative Director di Jump.

È soprattutto la Gen Z ad essere scettica sulla perfezione simulata dall’AI. Un’indagine condotta da IAB negli Stati Uniti rileva che il 39% dei consumatori della Gen Z giudica in modo negativo gli spot prodotti con l’AI, e la larga maggioranza descrive i brand che li utilizzano come artificiali, manipolatori, non etici. Più della metà vorrebbe veder chiaramente indicato quando un contenuto è stato fatto dall’AI e il 73% afferma che la trasparenza non sarebbe un deterrente all’acquisto, al contrario rinforzerebbe la fiducia nei confronti dell’azienda.

“In questa ricerca di senso e autenticità, viene meno l’ossessione di essere sempre aggiornati su tutto e rincorrere i trend del momento. Come indicato anche dal report Pinterest Predicts, siamo passati dalla FOMO alla self-preservation, con un consumo mediatico più selettivo che punta al benessere personale e vuole abbassare il rumore di fondo dei social. Oggi i contenuti che funzionano sono quelli che creano degli spazi sicuri, in cui le persone si sentono a proprio agio, si riconoscono e non si sentono trattate come utenti a cui strappare visualizzazioni, reaction e click”, continua Valeria.

Per i brand, questo vuol dire fare più attenzione alla coerenza narrativa e valoriale, ma anche alla personalizzazione del racconto. “Serve una riflessione più accurata sui pubblici da coinvolgere, andando a lavorare su nicchie con interessi e vissuti simili. Diversificare messaggi e formati consente di parlare a ciascuno con il giusto tono di voce, ovviamente senza perdere consistenza”, aggiunge Valeria.

Autenticità vuol dire inoltre dare spazio a storytelling meno convenzionali e patinati, in controtendenza rispetto all’omologazione a cui tende l’AI. Due le possibili strade: mostrare l’imperfezione e quello che accade “dietro le quinte”, introducendo ad esempio contenuti raw, DIY, zine o brutalist, oppure restituire una dimensione fisica al contenuto digitale, muovendosi nella direzione della multi-sensorialità attraverso texture, richiami alla materialità, linguaggi onomatopeici e tutto quanto può stimolare a più livelli la percezione di chi legge, ascolta o guarda.

Per rassicurare e accompagnare, è spesso efficace la serialità, meccanismo già collaudato che probabilmente vedremo ancora più utilizzato nel 2026. Creare appuntamenti fissi (rubriche, podcast, vodcast, ecc.), con volti e voci ricorrenti, aiuta a creare contenuti di valore su cui tornare, non solo da consumare rapidamente – consolidando, ancora una volta, una relazione autentica che cresce passo dopo passo.

Ma la comunicazione non deve risultare per forza famigliare. In un mondo decisamente saturo di contenuti, non manca un certo gusto per l’eccesso e il surreale. “Può sembrare una contraddizione ma, insieme alla self-protection, c’è anche voglia di disordine, di rompere le regole ed evadere dalla linearità sia della vita quotidiana, sia dei feed che scrolliamo sui social”, precisa Valeria. Quando è coerente con l’identità del brand, si può allora provare a catturare l’attenzione con contenuti e design sopra le righe, colori forti, immagini fuori scala e filtri distorti, lasciando il tono rassicurante per sorprendere e un po’ scioccare.

Ultimo, ma non meno importante, cambiamento in atto riguarda la ricerca dei contenuti. Tramontata la Search Engine Optimization (SEO) come l’abbiamo conosciuta, siamo ormai nell’epoca della Generative Engine Optimization (GEO), con le ricerche che si spostano sulle piattaforme AI e i brand che devono farsi trovare aumentando citazioni autorevoli e occorrenze online. Se la visibilità non è più solo una questione di ranking, conta essere riconosciuti come una fonte capace di fornire risposte affidabili: diventa quindi fondamentale ripensare i contenuti perché siano compresi ed elaborati dai sistemi AI.

Nel complesso, i Content & Visual Trend che Jump delinea per il 2026 fanno intravedere uno scenario in cui la sfida è produrre “non di più, ma meglio”, conclude Valeria Mazzari. Largo quindi a contenuti più autentici e personalizzati, che possano rassicurare e qualche volta stupire, adatti a ecosistemi sempre più mediati dall’AI.


In cerca di fiducia

Come ogni anno, gli istituti culturali più prestigiosi fanno a gara per selezionare la parola che meglio descrive i dodici mesi che stanno per concludersi. Non si tratta solo di un gioco linguistico, ma di un atto di lettura e interpretazione della realtà che vuole far riflettere sulla nostra società e le trasformazioni che la stanno attraversando. Non è quindi un caso che le parole scelte per il 2025 ruotano tutte intorno alla comunicazione digitale, fotografandone derive tutt’altro che positive.

L’Oxford Dictionary sceglie rage bait, ovvero la pratica – ormai quotidiana sui social – di diffondere contenuti costruiti appositamente per suscitare indignazione e reazioni forti, giocando su un’emozione contagiosa come la rabbia con l’unico obiettivo di ottenere visibilità e accelerare la viralità. In un tempo in cui la polarizzazione è arrivata all’estremo e siamo sempre meno disponibili ad ascoltare, basta un commento tagliente, un meme sarcastico o una clip estrapolata dal suo contesto per innescare conversazioni che in pochissimo tempo raggiungono una diffusione sorprendente, liberando frustrazione, rancore, odio verso qualcosa o qualcuno, più spesso contro tutto e tutti.

Per il Cambridge Dictionary è invece parasocial la parola dell’anno, esemplificativa della fragilità di una società che fa sempre più fatica a coltivare le relazioni vere e si rifugia in rapporti che danno una parvenza di affetto e, al tempo stesso, non impegnano troppo. Le chiamano appunto relazioni parasociali, che percepiamo come reali e quotidiane, ma in verità sono del tutto virtuali e unidirezionali. È il tipo di rapporto che ci lega a celebrity, creator e influencer che seguiamo costantemente in rete, pensando di sapere tutto delle loro vite e del loro mondo perché non ci perdiamo neanche una loro storia e commentiamo ogni nuovo post, mentre loro non sanno nemmeno della nostra esistenza. Ed è la stessa fascinazione di intimità che ci spinge ad affidare confidenze, dubbi e ansie ai chatbot animati dalle intelligenze artificiali, arrivando in casi estremi ad innamorarcene.

Tra attacchi scatenati a tavolino e relazioni surrogate, cosa possiamo dire davvero autentico? Forse la verità che attribuiamo all’AI? Anche qui siamo vittime di un abbaglio. Se i filosofi dell'antica Grecia chiamavano episteme la vera conoscenza, oggi rischiamo di ammalarci di epistemia, cadendo nella trappola in cui l’illusione di sapere prende il posto della conoscenza. È proprio epistemia la parola che, secondo il prof. Walter Quattrociocchi dell’Università La Sapienza di Roma, racconta l’ubriacatura di AI cui abbiamo assistito nell’ultimo anno e, soprattutto, la convinzione largamente diffusa che l’AI sappia comprendere, valutare, giudicare. In realtà, i modelli linguistici dell’AI «funzionano così: producono testi coerenti non perché capiscono, ma perché ottimizzano correlazioni statistiche. Cercano solo la plausibilità linguistica», scrive Quattrociocchi. Tale impressione di conoscenza regge quando sappiamo poco o nulla di un certo argomento, quando diamo totale fiducia all'AI e neanche ci prendiamo il tempo di controllare e verificare il risultato che in pochi istanti abbiamo tra le mani.

In questo quadro a tinte un po’ fosche, Treccani ci consegna fiducia come parola chiave del 2025, sottolineandone non tanto la carenza, quanto il bisogno. Siamo in cerca di riferimenti condivisi, di punti fermi nel crescente rumore di fondo, di legami affidabili. Siamo in cerca di nuovi modi di ricomporre la frammentazione e riconquistare quella che lo stesso dizionario definisce «la tranquilla sicurezza che nasce da una valutazione positiva di una persona o di un gruppo di persone, verso altri o verso sé stessi».

Che la voglia di fidarsi sia così forte lo dimostra anche il fatto che “fiducia” sia uno dei termini più cliccati su treccani.it, nonché quello con il più alto incremento percentuale rispetto all’anno scorso. È tra le parole simbolo del 2025, è un augurio per il 2026.

 

Nella foto: Tokyo, teamLab Planets


Le parole non sono soltanto parole

Le parole non sono neutre. Ogni espressione porta con sé opinioni, esperienze, cultura, aspirazioni. Sono veicoli di pensiero: costruiscono, rinforzano e tramandano la nostra visione del mondo.

Non sorprende quindi che il linguaggio sia al centro di molte conversazioni legate alla Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne, discutendo il modo in cui la violenza viene raccontata, sia il peso di certe parole nell’alimentare gli atteggiamenti e i comportamenti da cui la violenza stessa nasce.

Negli ultimi anni il racconto giornalistico e mediatico ha fatto qualche passo avanti: l’ultima edizione dell’Osservatorio STEP ha rilevato maggiore consapevolezza e responsabilità nel trattare i casi di violenza, anche se restano frequenti la colpevolizzazione delle vittime e l’eccessiva empatia nei confronti del colpevole o presunto tale.

Dove invece c’è ancora tantissimo da fare è nella rappresentazione dell’amore e delle relazioni. Nei contesti che viviamo ogni giorno — famiglia, lavoro, social, musica, serie TV — la violenza viene ancora normalizzata, troppo spesso giustificata. È “solo” un uomo che spiega ciò che hai appena detto in riunione. È “solo” un fischio per strada. È “solo” gelosia, perché ci tiene. È “solo” uno schiaffo scappato durante un litigio. Parole che legittimano comportamenti, che diventano abitudini.

Nella musica, nelle serie e soprattutto nella narrativa romance per adolescenti resistono equazioni pericolose: “più soffri, più ami”. Peggio ancora, nelle comunità online della manosfera — dagli attivisti dei diritti degli uomini ai gruppi misogini e incel — la violenza viene presentata come l’unica possibile risposta alla libertà e l’indipendenza delle donne.

Tutte queste narrazioni plasmano un immaginario e una cultura che non aiuta ragazze e ragazzi a costruire relazioni sane. Lo conferma l’ultima rilevazione Istat: aumentano i casi di violenza che coinvolgono donne tra i 16 e i 25 anni, con il 37% che dichiara di aver subito almeno un’aggressione negli ultimi cinque anni (contro il 28% dell’anno scorso). Le violenze sessuali sulle giovanissime sono salite dal 17 al 30%. La maggiore propensione a chiedere aiuto e denunciare è un segnale positivo, ma la crescita della violenza resta allarmante — e non possiamo ignorare il ruolo indiretto, ma reale, che le narrazioni tossiche rivestono.

Cambiare le parole può fermare la violenza contro le donne? È evidente che non basti agire solo sul linguaggio, le leve da muovere sono tante, ma le parole sono un ottimo punto di partenza, a disposizione di tutte e tutti. E non si tratta soltanto di evitare espressioni offensive o sessiste, mettere asterischi e schwa.

Il cambiamento profondo riguarda come descriviamo le donne, le loro esperienze, i loro successi, la loro sessualità. Lo vediamo in sfumature che spesso passano inosservate: l’avvocata o l’ingegnera chiamate semplicemente “signora”, la cantante definita “libera come un uomo”, lo “stai zitta” rivolto dal partner, il “raptus” che diventa alibi narrativo per un femminicidio.

Serve più attenzione nel riconoscere e fermare le narrazioni tossiche, ma anche nella scelta delle nostre parole. La linguista Vera Gheno parla di linguaggio ampio come passo indispensabile per modellare una realtà in cui le differenze possono convivere e possono attenuarsi gli stereotipi e le discriminazioni che sono spesso l’anticamera della violenza contro le donne (e non solo).

Cominciamo allora dalle parole. Sembra poco? Non lo è.


narrazione della crisi climatica

La crisi climatica tra sensazionalismo e negazionismo

In Europa l’estate più calda degli ultimi cento anni”. “Clima, gli scienziati avvertono: solo pochi anni per evitare il disastro”. “La Terra ha la febbre, prepariamoci all’apocalisse”. La narrazione della crisi climatica sui media si nutre molto spesso di sensazionalismo, presentando il problema e i singoli eventi con titoli e toni catastrofici. Due sono i fattori che spingono in questa direzione, ha spiegato il professor Stefano Caserini in una lezione aperta presso l’Università di Parma: da un lato il bisogno di notizie forti, che catturino l’attenzione di un pubblico sempre più distratto, dall’altro la carenza di competenze che permettano una corretta lettura dei dati climatici, per loro natura multidimensionali e altamente variabili.

Per interpretare in modo attendibile la trasformazione del clima sul nostro pianeta bisogna prendere in esame intervalli temporali molto lunghi e correlare tra loro un buon numero di parametri, operazione che richiede conoscenza ed esperienza. Se si considera uno specifico episodio meteorologico o si guarda solo il breve periodo, ad esempio confrontando la variazione delle temperature medie in una certa zona da un anno all’altro, è facile andare fuori strada e virare verso un racconto iper-semplificato e sensazionalista.

Ma la tendenza all’iperbole e al catastrofismo è solo una parte della storia. All’estremo opposto troviamo narrazioni di stampo negazionista, che cercano di rimuovere o minimizzare la crisi climatica. Le evidenze scientifiche e l’esperienza collettiva rendono ormai difficile negare in toto il problema, ma è abbastanza diffuso quello che Stanley Cohen nel suo saggio ‘Stati di negazione’ definisce diniego interpretativo o implicito: si attribuisce al fenomeno solo una parte del suo significato, escludendo tutto quello che implica responsabilità e, di conseguenza, dovrebbe muovere all’azione.

È una sorta di sub-negazionismo, o negazionismo di secondo livello, spesso agito da governi, autorità o portatori d’interesse (pensiamo al settore dei combustibili fossili) in modo pubblico ed esplicito, con l’obiettivo di orientare a proprio favore il racconto della crisi climatica. Potrebbe tuttavia essere anche un meccanismo semi-inconsapevole con cui individui e comunità provano a difendersi di fronte a un problema che mette in crisi lo status quo e per cui non esistono al momento soluzioni facili, né di sicuro successo.

Come suggerito dal professor Marco Deriu, l’intensità della negazione della crisi climatica è tanto più forte quanto più l’informazione genera angoscia e diventa insopportabile, facendo scattare un blocco dell’attenzione o dinamiche di autoinganno. Per scardinare questo tipo di negazionismo bisogna lavorare sull’ansia personale e collettiva, e non bastano i dati pur accuratissimi che la scienza può offrire. Il negazionista tende infatti a rifiutare o ignorare qualsiasi narrazione che contraddica il suo frame prevalente.

Quale linguaggio è allora meglio usare? Quali ingredienti mettere nel piatto per un’efficace comunicazione della crisi climatica? Nel suo recente workshop all’Università IULM di Milano, il climatologo Davide Faranda ne ha indicati tre: la scienza, con i risultati degli studi disponibili, l’esperienza, raccontando situazioni in cui le persone possano riconoscersi, e le soluzioni, per incoraggiare i piccoli ma importanti cambiamenti che possono cambiare la rotta.

 

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Giornali e media alla prova dell’AI

Tra i pionieri dell’uso dell’AI in ambito giornalistico spiccano il Washington Post con il robot-giornalista Heliograf, e The Guardian, che già nel 2020 pubblicava un editoriale firmato da GPT-3 di OpenAI. Da allora, sempre più testate in tutto il mondo hanno integrato tecnologie di intelligenza artificiale nei propri workflow editoriali, anche se non è semplice quantificarne la diffusione esatta.

Molti quotidiani e agenzie – tra cui Associated Press, Reuters, Bloomberg e Forbes – usano l’AI per automatizzare la scrittura di cronache sportive, report finanziari e aggiornamenti su eventi complessi come le elezioni. In altri casi, come Der Spiegel, l’AI supporta il fact-checking e aiuta i redattori a verificare la veridicità delle fonti prima della pubblicazione.

In Italia, l’impatto dell’AI è tra le novità del nuovo Codice deontologico dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, che impone la massima trasparenza: l’AI non può sostituire il lavoro umano e va sempre dichiarata e supervisionata. Un esempio virtuoso è quello de Il Sole 24 Ore, che utilizza l’AI per il data journalism e la creazione di inchieste e dossier basati sull’analisi di grandi basi di dati (Lab24, Info Data). Interessante, ma non esente da critiche, anche la sperimentazione condotta da Il Foglio, che ha lanciato “Il Foglio AI”, un’edizione interamente generata con strumenti di intelligenza artificiale.

Cosa ne pensano i giornalisti? Secondo una recente indagine della Thomson Reuters Foundation, il 54% ritiene che l’AI abbia già trasformato in modo significativo il lavoro delle redazioni. Il 42% guarda con ottimismo al suo impiego futuro, pur segnalando criticità etiche ancora da risolvere.

I lettori, invece, si mostrano più scettici. Un sondaggio del Pew Research Center indica che il 50% degli americani teme che l’AI peggiorerà la qualità delle notizie. Il 41% la giudica meno efficace nella scrittura e il 66% esprime forti preoccupazioni per il rischio di disinformazione.

Ma l’AI non riguarda solo i giornalisti e il lavoro editoriale. Con l’obiettivo di personalizzare sempre di più e meglio l’esperienza dei lettori, gli algoritmi di raccomandazione – come quelli adottati da New York Times e BBC – analizzano i comportamenti di navigazione per suggerire articoli pertinenti, aumentare l’engagement e ottimizzare il tempo speso sul sito. In parallelo, strumenti di AI generano automaticamente metadati SEO e contenuti social, migliorando la diffusione online, come nel caso de Il Sole 24 Ore.

L’AI si sta rivelando utile anche per rendere i contenuti più accessibili e inclusivi. Al Festival del Giornalismo di Perugia, Matthew Garrahan ha raccontato cosa sta facendo il Financial Times: dall’agente Ask FT per fare ricerche avanzate negli archivi del giornale alle traduzioni in più lingue per i lettori stranieri, dalla generazione automatica di titoli, sottotitoli e abstract ai contenuti per le persone ipovedenti, la testata sta provando l’AI anche per il monitoraggio e la moderazione dei commenti pubblicati sotto le storie. È ancora presto per misurare i risultati in termini di soddisfazione e fidelizzazione del pubblico, ha sottolineato Garrahan, ma i primi riscontri sono incoraggianti.

Una delle domande aperte riguarda l’impatto dell’AI sui modelli di business degli editori: se la risposta che cerco posso chiederla a ChatGPT, perché dovrei pagare un giornale? Per Garrahan, la risposta non è nella tecnologia, ma nel valore del contenuto: Nessun algoritmo, almeno per ora, può sostituire la qualità dell’informazione prodotta da giornalisti competenti e fonti affidabili”.

 

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Violenza di genere, quando a colpire è lei

Oltre il 90% dei crimini violenti è compiuto da uomini e le donne rappresentano poco più del 4% della popolazione delle carceri italiane, rileva l’associazione Antigone nel suo rapporto sulle donne detenute, pubblicato per la prima volta nel 2023.

Il basso tasso di criminalità femminile è uno dei motivi che spiega perché, fino ad anni recenti, il fenomeno sia stato poco studiato. Alcune teorie, come quella di Freda Adler negli anni Settanta del Novecento, hanno provato a legarla all’emancipazione femminile, ipotizzando che la maggior partecipazione delle donne alla vita sociale e lavorativa aumenti la possibilità di incorrere in comportamenti devianti e, quindi, faccia aumentare la delinquenza femminile. Secondo la criminologa americana, raggiungendo la parità tra i generi avremmo assistito all’equiparazione dei crimini commessi da uomini e donne.

Benché ampiamente smentita dai fatti (anche nelle società più avanzate sui temi della parità, le donne delinquono meno degli uomini, compiono reati meno gravi e hanno meno probabilità di recidiva), questa teoria ha influenzato il modo in cui i media parlano dei reati al femminile. Secondo la scrittrice Giulia Blasi e la videoreporter Rai Amalia De Simone, che al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia hanno condotto un panel dedicato proprio a questo tema, nel racconto mediatico affiorano molto spesso pregiudizi di genere e stereotipi di stampo patriarcale.

L’analisi dei frame narrativi più ricorrenti mostra che la vittima maschile non è quasi mai colpevolizzata, nemmeno quando la violenza si sviluppa in un contesto di accertati abusi e maltrattamenti ai danni della donna. Questo è sensibilmente diverso da ciò che accade quando è lei a subire: per l’uomo carnefice si tendono a dare giustificazioni che diventano moventi (“motivazioni comprensibili” avrebbero mosso Salvatore Montefusco,  condannato a 30 anni di reclusione per un duplice femminicidio), mentre alla donna vittima è spesso imputata una certa dose di corresponsabilità (“se l’è cercata”) con un'attenzione morbosa al suo stile di vita.

Della violenza femminile si indaga poco la causa, molto meno di quanto i media fanno a parti invertite, e quasi mai l’atto è descritto come un raptus (questo frame narrativo è peraltro in calo anche nel racconto della violenza maschile). Se è lei a colpire, la sottolineatura è spesso sulla devianza e l’orientamento sessuale, in particolare nei casi di violenza agita da persone LGBTQ+. Nel descrivere i colpevoli, c’è tanta empatia quando è uomo (himpathy), pochissima quando è donna.

Altro frame comune per descrivere l’autrice della violenza è l’uso di epiteti legati al mondo animale: celebri, ad esempio, i casi della Belva di San Gregorio e delle numerose “mantidi” protagoniste della cronaca nera (la Mantide di Casandrino, la Mantide di Parabiago, la Mantide della Brianza, ecc.). Un meccanismo diverso, ma con effetto analogo, è quello che porta i media a infantilizzare le donne eliminandone il cognome. Leggiamo così “Ergastolo Turetta, le motivazioni” nei titoli sulla sentenza a carico del femminicida Filippo Turetta, ma “Aggressioni acido: 16 anni per Martina, 9 anni e 4 mesi a Magnani” viene usato per Martina Levato e il suo complice.

Sembra tuttora mancare una struttura per interpretare e raccontare la criminalità femminile, ha detto Giulia Blasi chiudendo il panel. Mentre la violenza degli uomini tende a essere normalizzata, i media faticano a trovare le parole per atti e comportamenti commessi da donne che rompono lo schema dell’angelo del focolare, dell’essere fragile ed empatico. La sfida della narrazione della violenza di genere è aperta anche su questo fronte.

 

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Violenza di genere, ancora donne colpevoli e troppa himpathy

Oltre 3.600 articoli pubblicati nel 2024 su 25 testate nazionali. Da qui è partito l’Osservatorio STEP, coordinato dalla professoressa Flaminia Saccà dell’Università Sapienza di Roma, per indagare il racconto giornalistico della violenza contro le donne. Rispetto alla precedente edizione, “ci sono stati dei miglioramenti, leggeri ma importanti”, spiega Saccà ad Alley Oop – Il Sole 24 Ore, segno di una maggiore consapevolezza del ruolo e della responsabilità che il linguaggio esercita nel formare la percezione del fenomeno e dei singoli casi.

Secondo l’Osservatorio, oggi le notizie non sono più confinate alle pagine di cronaca (con incursioni nelle prime pagine per i fatti più efferati), ma hanno conquistato un diverso spazio e una nuova collocazione, trainando spesso approfondimenti e riflessioni a cura di esperti. Altro cambiamento positivo è il crescente utilizzo dei nomi dei reati – femminicidio, stupro di gruppo, stalking, ecc. – per guidare chi legge nella corretta ricostruzione dei fatti. Un buon numero di articoli relativi ai femminicidi continua tuttavia a parlare di “tragedia”, azzerando o attenuando la responsabilità del reo, ma sta finalmente diventando marginale il “raptus”, che peraltro non ha alcun fondamento scientifico: solo il 3% degli articoli lo riporta come motivazione della violenza.

Resta forte l’agenda setting, ovvero la costruzione di un racconto che privilegia alcune forme di violenza – quelle più eclatanti, dunque più spendibili – e restituisce una fotografia non del tutto aderente alla realtà. Confrontando i dati raccolti dalle questure nel 2024 con gli articoli pubblicati, l’Osservatorio rileva infatti che le violenze domestiche sono il reato più denunciato (50% dei casi), ma hanno solo il 17% della copertura mediatica. Quasi il 36% delle denunce riguarda atti persecutori e stalking, che troviamo però soltanto nell’8% degli articoli. C’è discrepanza anche per le violenze sessuali (14% delle denunce, 20% degli articoli) e soprattutto per i femminicidi, che sono il reato più presente sulla stampa (25% degli articoli analizzati), ma rappresentano meno dello 0,3% dei casi reali.

Rispetto alla qualità del racconto, non si può che notare la persistenza di frame narrativi ancora orientati alla colpevolizzazione delle vittime, tanto nelle parole quanto nelle immagini. Resiste il “se l’è cercata” e, quando il comportamento e lo stile di vita della donna non sono prove sufficienti, c’è il torto di non essersi sottratta alla relazione tossica o non aver riconosciuto la situazione di pericolo. È successo ad esempio con Aurora Tila, che nemmeno la madre – colpevole anche lei – “ha saputo proteggere”, ma anche con Ilaria Sula e Sara Campanella, che “non avevano denunciato”.

Nella rappresentazione dell’autore della violenza, precisa Saccà che “cominciamo finalmente a vedere nei titoli una maggiore presenza dell’assassino: questo è importante per far comprendere che la violenza è agita da un uomo e non è un accidenti che capita alle donne”. Tuttavia, se per qualunque altro tipo di reato la comprensione è tutta per la vittima, nel racconto della violenza di genere l’Osservatorio documenta una marcata tendenza all’himpathy, ovvero a manifestare empatia nei confronti del colpevole o presunto tale. È il frame, descritto dalla filosofa australiana Kate Manne, che mette l’offender in una prospettiva autoassolutoria e vittimistica e ritroviamo quando, ad esempio, i media sottolineano come lui pianga o sia dispiaciuto, oppure che il fatto sia inspiegabile visto che era un “bravo ragazzo”, un “padre modello”, un “onesto lavoratore”.

L’himpathy è particolarmente evidente nei femminicidi di donne con disabilità, malate o anziane, rappresentato addirittura come gesto altruistico. In 149 casi analizzati, l’Osservatorio evidenzia una serie di aggettivi riferiti al femminicida – mite, gentile, tranquillo, sconvolto, esasperato, ecc. – che qualificano la violenza come conseguenza del faticoso esercizio di cura della moglie o compagna non autosufficiente. Il “raptus” torna in questi casi tra i moventi più citati, indicato nel 34% degli articoli.

È indubbio che il femminicidio di Giulia Cecchettin abbia cambiato le carte in tavola. I dati parlano di una maggiore propensione delle donne a de­nunciare o affidarsi ai centri antiviolenza, e l’Osservatorio STEP documenta anche il cambiamento della rappresentazione giornalistica. Certo la svolta non è ancora compiuta e, mentre i media lavorano sulle raccomandazioni del Manifesto di Venezia, molto può essere fatto anche nelle scuole, aiutando ragazze e ragazzi a riconoscere e contrastare le narrazioni tossiche.

 

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L’elefante nella stanza

In alcuni settori, come quello finanziario, gran parte delle aziende ha programmi strutturati di risk assessment e risk management, stimolati anche dalla necessità di rispondere a precisi obblighi normativi. Secondo l’Institute of Risk Management, l’analisi e la gestione del rischio è prassi nel 75-80% delle grandi imprese che operano nelle economie più sviluppate, ma la percentuale crolla al di sotto del 50% se consideriamo le realtà di medie e piccole dimensioni.

Il risk management – ovvero il processo sistematico che permette di identificare, analizzare e gestire i rischi che un’azienda potrebbe affrontare in vari ambiti, inclusa la reputazione – è però un passaggio fondamentale per essere consapevoli delle proprie vulnerabilità e poter intervenire con il necessario anticipo.

Le imprese si confrontano con rischi legati alle specifiche caratteristiche dei loro processi e prodotti, dei mercati in cui sono presenti, del loro modello organizzativo. Ci sono poi dei rischi di portata più generale, che possono toccare un’azienda indipendentemente dal settore o dall’industria. Pensiamo ai cambiamenti climatici, che hanno alzato moltissimo la probabilità di essere colpiti da disastri naturali e fenomeni meteo estremi. Oppure al cybercrimine, che oggi è una minaccia concreta con la possibilità di veder interrotti o compromessi i propri sistemi informatici, oppure violata la confidenzialità di dati e la sicurezza delle applicazioni.

Sempre più le imprese devono gestire filiere e supply chain di portata internazionale, il che comporta una forte esposizione alle tensioni geopolitiche, agli shock dovuti all’introduzione di dazi e l’innesco di guerre commerciali, alle difficoltà relative alla logistica, ai trasporti e alle rotte commerciali.

Quanti rischi si trasformano in problemi e, da qui, in situazioni di crisi? Il passo dal risk al crisis management è piuttosto breve: tornando alle stime dell’Institute for Crisis Management sulle smoldering crisis, la metà delle crisi che le aziende devono gestire nasce proprio da rischi non riconosciuti, sottovalutati oppure non gestiti in modo tempestivo.

Perché la cultura della prevenzione fa ancora così fatica a imporsi? “La prevenzione non è sexy. È noiosa. E negarne l’esigenza è fin troppo facile”, scrive l’Institute for Crisis Management sul suo blog. Tante aziende dicono “A noi tanto non succederà”, oppure pensano di essere troppo piccole o troppo poco visibili per attirare l’attenzione dei media. Ma la crisi non è tale solo se diventa notizia. Può fare molto male anche quando si diffonde tramite il passaparola che allontana i clienti, i rumors che demoralizzano i collaboratori, le speculazioni che fanno ritirare gli investitori.

Mettere a fuoco l’elefante nella stanza è essenziale. Richiede competenza, tempo e investimenti ma, dice ancora l’Institute of Risk Management, in caso di crisi, le organizzazioni con alle spalle buone pratiche di risk management sopportano costi fino al 20-30% più bassi.

 

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A lezione di Content Studies

L’utente tipico di Internet trascorre online più di 6 ore al giorno, dice il Digital 2024 Global Overview Report di We Are Social. Considerando una media quotidiana di 400 minuti per persona, quest’anno il mondo trascorrerà sul web un totale di 780 trilioni di minuti. Per fare cosa? Comunicare, informarsi, utilizzare servizi di vario tipo, giocare… districandosi tra un’impressionante mole di contenuti che si moltiplicano in Rete di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto.

Non è solo questione di quantità. È cambiato il formato dei contenuti a cui siamo esposti, un mix di testi, immagini, audio, video ed esperienze interattive come i videogiochi. È cambiato il modo in cui questi contenuti vengono prodotti e distribuiti: solo una parte è oggi creata dall’uomo. I nuovi strumenti di Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) hanno infatti reso possibile la produzione automatizzata e su larga scala di contenuti che, grazie allo sviluppo ultrarapido della tecnologia, hanno una qualità sempre più elevata.

Il filosofo Luciano Floridi, che già aveva coniato il neologismo onlife per descrivere il nostro mondo iper-connesso e il superamento della distinzione tra online e offline, parla di una società post-Vitruviana, dove dobbiamo accettare il fatto che non tutti i contenuti e i loro significati siano umani. Dobbiamo cioè riconoscere che l'AI è ora in grado produrre contenuti indistinguibili da quelli umani ma altrettanto validi, dando un senso del tutto nuovo al concetto di autenticità.

Secondo Floridi, le metodologie e le prassi che abbiamo finora usato per governare i contenuti sono oggi insufficienti perché non ci permettono di comprendere le trasformazioni che stiamo vivendo. Nel suo ultimo paper, preparato per il Digital Ethics Center dell’Università di Yale, Floridi getta le basi per quella che potrebbe diventare una nuova disciplina accademica: i Content Studies.

Di cosa si tratta? I Content Studies mettono insieme le conoscenze maturate dalle scienze umane, sociali e computazionali e introducono un metodo innovativo per studiare e modellare il futuro dei contenuti. Avere un unico framework analitico consente, sostiene Floridi, un approccio multidisciplinare molto più solido da applicare all’intero ciclo di vita di un contenuto, che comprende la sua ideazione, la produzione, la distribuzione, il consumo e la possibile trasformazione o manipolazione.

Al di là dell’interesse accademico, sono tante le applicazioni che il professore intravede, dal contrasto della disinformazione all’approfondimento dei pregiudizi algoritmici, dallo sviluppo di materiali educativi più inclusivi alla produzione di notizie di miglior qualità.

La strada per ottenere il consenso e avviare questa nuova disciplina non sarà breve, ma Floridi spera non passi troppo tempo prima di poter andare a lezione di Content Studies. Ci insegnerà a navigare le nuove complessità della creazione e del consumo di contenuti, e a creare una società digitale più etica, inclusiva e informata?

 

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fake news, media

In fuga dalle notizie

I dati del Digital News Report del Reuters Institute indicano che sono in molti a rifiutare categoricamente tutte le fonti di informazione, inclusi i giornali, le trasmissioni televisive o i feed dei social media. Altri agiscono in modo selettivo, con il 53% che sceglie di accedere alle notizie meno frequentemente e il 32% che evita determinati argomenti.

Le ragioni sono varie. Un fattore comunemente citato è il tempo: molti pensano che informarsi richieda troppo tempo e si limitano a una veloce sbirciata ai titoli. Ma questa non è probabilmente la motivazione principale.

Nel libro ‘Avoiding the News‘, gli autori Benjamin Toff, Ruth Palmer e Rasmus K. Nielsen spiegano che la giustificazione più ricorrente è “non sono io, sono le notizie”. I media sono percepiti come distanti dalla propria microrealtà e difficili da capire, in più fanno sentire le persone impotenti di fronte a problemi per cui non possono fare nulla. In un’epoca in cui l’informazione è pervasiva e abbondante, gli individui sono dunque sopraffatti dalla quantità di notizie disponibili e insoddisfatti dei contenuti.

Da considerare anche il possibile impatto negativo sul benessere personale. I media parlano di tragedie, conflitti e crisi, ospitano storie politiche e sociali fortemente polarizzate. Le persone preferiscono la disconnessione per proteggersi da informazioni ritenute angoscianti e deprimenti, ma anche per evitare di trovarsi esposte a fatti e opinioni che mettono in discussione le proprie convinzioni. Questo significa perdere contatto con una parte dell’attualità e fuggire dal confronto con chi la pensa diversamente, ma l’evitamento selettivo è una buona strategia per chi vuole restare nella propria comfort zone.

Anche la diffusione del sensazionalismo e della disinformazione ha generato una certa diffidenza verso i media. Alcuni scelgono di starne lontani piuttosto che rischiare di essere ingannati o manipolati da informazioni di cui non sanno verificare la correttezza.

Il fenomeno del rifiuto delle notizie è stato discusso lo scorso aprile al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, dove si è provato a rispondere a questa domanda: possiamo far cambiare idea a chi fugge dall’informazione? Esiste un modo per migliorare la produzione e la diffusione delle notizie?

Può sembrare ovvio, ma la prima strategia è proporre storie semplici, concise e utili. Le notizie dovrebbero essere comprensibili anche quando affrontano questioni complesse e non richiedere troppo tempo né sforzo per essere digerite. Questo è ben dimostrato da esperienze di successo come gli explainer della BBC, la newsletter britannica ‘The Knowledge’ o il podcast ‘Morning’ de Il Post.

Visto le persone tendono ad apprezzare il giornalismo di servizio, funziona l’integrazione di contenuti costruttivi, pratici e orientati alla soluzione. Le notizie negative attirano ancora l’attenzione (almeno se parliamo di un pubblico maturo) ma, quando si tratta di argomenti come il cambiamento climatico, sappiamo che le narrazioni catastrofiche spingono le persone verso il disimpegno. Portare soluzioni e un po’ di speranza può quindi essere una buona idea.

Ha senz’altro senso sperimentare formati digitali più coinvolgenti, con contenuti video o audio. Ma ha senso anche investire in redazioni più inclusive e aperte alla diversità: non è solo una questione di equità, ma un modo efficace per raggiungere comunità che trovano i media mainstream irrilevanti e lontani dal loro sentire. Tra gli esempi presentati a Perugia, interessante quello del servizio pubblico canadese CBC, che ha cominciato a rivolgersi alle comunità indigene con una specifica strategia di contenuti.

Il rifiuto diffuso delle notizie è un problema serio. Se concordiamo con il motto del The Washington Post — “La democrazia muore nell’oscurità” — contribuiamo a diffondere l’educazione ai media e sosteniamo gli editori e i giornalisti che lavorano per tenere le persone informate e coinvolte.


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